Il Dio assente

Il pensiero di Simone Weil, una delle voci più significative del ‘900, ha conosciuto in questi ultimi anni una rinnovata fortuna. La sua fu una vita breve, ma intensa, che la vide impegnata sul fronte politico e sociale per il quale scrisse numerosi articoli e saggi pubblicati soprattutto su rivista. La fortuna internazionale della Weil si deve soprattutto alla pubblicazione postuma, da parte di amici e familiari, di una serie di scritti filosofico-religiosi che rivelarono l’esistenza, all’interno di una donna dura, trascurata e intransigente, di una mistica pura. Sebbene la vita di Simone Weil abbia certamente alcuni tratti di santità, ritengo, tuttavia, che sia soprattutto importante considerarla come una filosofa che si distinse per la grandezza di un pensiero che fu animato da un’unica finalità, quella di andare al cuore e a fondo delle cose, strappare il velo alla menzogna e rivelare all’uomo la verità.

Simone abitò la contraddizione, visse in quella che ritenne essere una condizione dell’esistenza umana e ne fece un punto di forza della sua elaborazione filosofica; la contraddizione, infatti, fu un attributo di tutta la sua vita e del suo pensiero, uno stato della mente e del corpo che la rese una testimone unica, attenta, sensibile e critica del mondo che la circondava. Uno degli aspetti che maggiormente mi ha colpito di Simone Weil è l’incarnazione dell’opera nella vita, un lato affascinante e convincente di cui la filosofa francese lascia un’impronta profonda nei suoi scritti.

La Weil, infatti, lungo tutta la sua proficua e ricca produzione bibliografia, ha avuto diversi interessi, focalizzandosi molto spesso sulla situazione dell’essere umano inserito in una società che schiaccia in maniera particolare la classe operaia, nella quale la gente si ritrova sradicata dal proprio io. Tra le varie concezioni che ha sviluppato nel suo pensiero filosofico è molto interessante la sua concezione di Dio; una concezione di Dio, che a prima istanza potrebbe apparire vicina a quella di matrice gnostica, un Dio che, dopo la creazione, si ritira e lascia l’uomo in balia del suo destino. Ma il Dio weiliano, anche se può apparire assente, sarà nella sua assenza a farsi presente. Un Dio assente, che rinuncia alla sua onnipotenza, un Creatore che si ritira dal mondo. La filosofa francese, definisce l’atto della creazione non come un atto di potenza, ma bensì come atto di abdicazione, nel quale Dio, rinuncia ad essere il sovrano assoluto del mondo, per ritornarvi come un “mendicante”.

 

«L’atto della Creazione non è un atto di potenza. È un’abdicazione. Con quell’atto si è instaurato un regno diverso da regno di Dio. La realtà di questo mondo è costituita dal meccanismo della materia e dall’autonomia delle creature dotate di ragione. È un regno dal quale Dio si è ritirato. Dio, avendo rinunciato a esserne il re, può venirvi solo come un mendicante».

 

Una creazione che dimostra l’amore che Dio ha per la sua creatura. La Weil nel suo progetto filosofico parlerà di “follia di amore”, un Dio che ama follemente l’uomo e che cerca con il suo nascondimento la risposta al suo amore. La Weil suddividerà questa follia nella cosiddetta triplice follia d’amore, che si sviluppa in tre momenti in cui Dio, si abbassa, si ritrae, soffre per la salvezza dell’uomo.

 

«Dio non è onnipotente perché è creatore. La creazione è abdicazione. Ma e onnipotente nel senso che la sua abdicazione è volontaria. Egli ne conosce gli effetti e li vuole. Egli vuole donare il suo pane a chiunque lo domanda, ma solo a chi lo domanda, e solo il suo pane. Egli ha abbandonato il nostro essere intero, salvo la parte della nostra anima che come Lui risiede nei cieli. Il Cristo stesso ha conosciuto questa verità solo sulla Croce. […] Dio ha abbandonato Dio. Dio si è svuotato. Queste parole racchiudono a un tempo la Creazione e l’Incarnazione con la Passione».

 

Questo movimento, che ricongiunge i momenti in cui Dio si fa presente nel mondo, è il cosiddetto movimento dell’amore. Quell’amore che Dio prova per l’uomo e dal quale attende la sua adesione.

 

«La creazione, per Dio, non è consistita nell’estendersi, ma nel ritirarsi. Egli ha smesso di comandare ovunque ne avesse il potere […]. La Creazione, la Passione, l’Eucarestia – sempre lo stesso movimento di ritiro. Questo movimento è l’amore»

 

Perciò «La creazione è un atto d’amore, ed è perpetua». La filosofa vuole mettere l’accento su una creazione che non si ferma solo all’istante del ritirarsi di Dio, ma che si prolunga in ogni istante della nostra esistenza che «è amore di Dio per noi». Dio amando noi ama sé stesso:

 

«Ma Dio non può amare che sé stesso. II suo amore per noi è amore per sé attraverso noi. Cosi, lui che ci dà l’essere ama in noi il consenso a non essere. Se questo consenso è virtuale, ci ama virtualmente. La nostra esistenza non è altro che la sua volontà che noi acconsentiamo a non esistere. Egli mendica eternamente presso di noi l’esistenza che ci dà. Ce la dà per mendicarla».

 

Un’abdicazione, un ritirarsi, uno svuotamento di Dio, che si sviluppa in un processo unico nel

quale Dio mostra la sua provvidenza, un unico atto che si sviluppa nel tempo.

«La creazione e il peccato originale non sono altro che due aspetti, differenti per noi, di un atto unico di abdicazione di Dio. E anche l’Incarnazione, la Passione sono aspetti di questo atto».

 

L’idea di questo Dio che si ritira, si avvicina molto alla teoria sviluppata da Isaak Luria, che appartiene alla mistica ebraica. La Weil pur non conoscendo la cosiddetta concezione Kabballista, che si sviluppa in tre momenti principali: tzimtzùm, sheviràh, tiqqùn. La Weil si avvicinerebbe solo al primo momento tzimtzùm, nel quale la realtà divina originaria che occupava il tutto con la sua luce, per poter creare altro da sé, fu costretta a contrarsi, ritirarsi, per poter lasciare uno spazio libero per il mondo.

Farina, parlando del Dio della Weil, afferma che è un Dio che si nasconde, all’uomo che dovrà cercarlo «con sforzi che restano a vuoto, che conducono alla Croce: è la via da Dio tracciata per tornare a Lui».

Un Dio che gioca a nascondino con l’uomo, un nascondimento che non è assenza ma presenza, viva e continua nella creazione. Come lei stessa scriverà:
«come un bambino si nasconde alla madre, per scherzo, dietro ad una poltrona, così Dio gioca a separarsi dall’uomo mediante la creazione. Noi siamo questo gioco di Dio».
È anche molto valida la posizione di Veto; per spiegare il concetto di creazione weiliana, afferma che non vi è «la potenza di Dio a traboccare, ma il suo amore, e questo traboccare è una vera diminuzione».

 

Perciò, la teoria della creazione della filosofa francese, va ben oltre qualsiasi teoria precedente, la quale non si ferma semplicemente a questo svuotamento di Dio, ma va ben oltre. La creatura, per poter godere della bellezza divina che è Dio, a sua volta dovrebbe vivere la cosiddetta de-creazione. Che richiama la stessa esperienza di svuotamento e sofferenza che Dio vive nell’atto della Creazione, dell’Incarnazione e Passione.

 

«Egli si è vuotato della sua divinità. Noi dobbiamo vuotarci della falsa divinità con cui siamo nati. Abdicando alla nostra piccola potenza umana diventiamo, nel vuoto, uguali a Dio. Dio si è svuotato della sua divinità e ci ha riempito di una falsa divinità. Svuotiamoci di essa. Questo atto è il fine dell’atto che ci ha creati».

 

La morte stessa diventa «una de-creazione in risposta alla follia di Dio», e quando questa «follia d’amore si impadronisce dell’uomo, vengono trasformate radicalmente le sue modalità di azione e di pensiero; bisogna amare «fino al punto di apparire folli», cosicché, «la follia propria dell’uomo, così come la Creazione, l’Incarnazione, la Passione costituiscono insieme la follia propria di Dio. Le due follie si rispondono a vicenda».

 

 

 

 

La de-creazione fa sì che l’uomo, svuotandosi, si abbassa e, contemporaneamente, si eleva e restaura in perpetuo la comunicazione dell’ordine del mondo. Attraverso la creazione, Dio ritirandosi, ha permesso, al Mondo, di esistere, offrendo all’uomo la possibilità di potersi riavvicinare a Lui attraverso il processo della de-creazione.

 

«Un uomo che ama e vede Dio è Dio che si ama e si vede attraverso lui; in questo senso lo Spirito Santo abita in lui. II modello del Timeo corrisponde alio Spirito Santo. II Padre è creatore. II Verbo è incarnato (già nell’ordine del mondo, prima dell’incarnazione propriamente detta). Lo Spirito non ha rapporto con il mondo. Ma è l’io dell’uomo perfetto. È l’io de-creato».

 

Come spiega la Tommasi, la morte dell’Io non è altro che «la totale de-creazione – la Weil – chiede che le sue qualità divengano impersonali, proprietà di Dio […]». Perciò la distruzione dell’io è la conditio sine qua non per poter fare esperienza di Dio, per poter cogliere la Bellezza di Dio. Solo sradicandosi dalla propria individualità, del proprio ego, l’uomo poteva affermare la propria umanità e sperimentare il Bene il quale, però,

 

«è possibile solo se pensiamo a Dio – l’umanità, vale a dire lo spirito umano – presente in ognuna delle nostre vittorie e che fa sforzo in noi. “Entrate nel mio cuore e nella mia anima […] la continua presenza dello Spirito in noi, ognuno dei nostri movimenti è cerimonia: ciò fa sì che il giusto sia bello. Nella misura in cui agiamo, vale a dire nella misura in cui siamo liberi e uguali a Dio, il bello e il bene sono uno».

 

 

La de-creazione poteva essere raggiunta da qualsiasi uomo, solo attraverso la Croce; la quale era la vocazione di ogni creatura. Questo presupposto nasce in virtù del fatto che tutta la creazione, fin dagli inizi, aveva partecipato al malheur.

Il malheur, è un termine difficile da definire, può voler dire, sia sventura, sia malanno, sia infelicità e sia disgrazia. Non indica semplicemente il dolore o la sofferenza, o meglio ancora l’ora del male, nel quale lo sventurato disprezzato nella società, arriva a disprezzare se stesso. La Weil considerò la sventura «il grande enigma della vita umana». L’uomo nella sventura viene messo alla prova, se continua ad amare nonostante il malheur che subisce, riuscirà a trovare la salvezza:

 

«nella sventura stessa» scriveva «la misericordia di Dio risplende […] E proprio nel fondo, al centro della sua inconsolabile amarezza. Se perseverando nell’amore si cade fino al punto in cui l’anima non riesca più a trattenere il grido: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, se si rimane in quel punto senza smettere di amare, si finisce con il toccare qualcosa che non è più la sventura né è la gioia, bensì l’essenza centrale, essenziale, pura, non sensibile, comune alla gioia e alla sofferenza, ovvero l’amore stesso di Dio. Si saprà allora che la gioia è la dolcezza del contatto con l’amore di Dio, che la sventura è la ferita procurata dal medesimo contatto quando è doloroso, e che importa soltanto il contatto, non il modo in cui avviene».

 

Però, il malheur costantemente, non si trasforma in bonheur. Infatti, parla anche dell’esistenza di una sventura fine a se stessa, di una sofferenza inutile, che spesso arriva ad annientare chi la prova; mantiene però costantemente l’attenzione rivolta a quello spiraglio nel quale lo sventurato può trovare la forza di lasciare entrare dentro di sé la Grazia.

La sventura e la sofferenza diventano così per la filosofa, la via privilegiata per accostarsi al Cristo. Perciò, la perfezione del Creatore e la miseria umana si incontravano faccia a faccia nella sventura; e in tale incontro la perseveranza dello sventurato a volgere lo sguardo verso Dio, faceva aprire un varco, «la porta stretta della conoscenza», attraverso la quale l’amore di Dio, riusciva a colmare la distanza che aveva messo tra Sé e l’uomo.  

La de-creazione, nel pensiero weiliano, quindi permette il passaggio di qualcosa di creato nell’increato e aprire un varco verso l’amore soprannaturale e la perfezione divina.

 

«Il Cristo ha attraversato lo spazio ed è diventato cosa estesa. Essere per il Cristo ciò che la matita è per me quando, con gli occhi chiusi, palpo la punta con il tavolo. Noi abbiamo la possibilità di essere mediatori tra Dio e la parte di creazione che ci è affidata. È necessario il nostro consenso perché attraverso noi egli percepisca la propria creazione. Con il nostro consenso egli opera questa meraviglia. Basterebbe che fossi capace di ritirarmi dalla mia propria anima, perché questo tavolo che ho davanti a me abbia l’incomparabile fortuna di essere visto da Dio. Dio non può amare in noi che questo consenso a ritirarci per lasciarlo passare, come egli stesso, creatore, si è ritirato per lasciarci essere».

 

La decreazione, non è altro che un’imitazione della Kenosi di Dio, come Dio si svuota per permettere la creazione, cosi l’uomo deve svuotarsi, per permettere a Dio di vedere il mondo. La de-creazione non è la morte, distruzione dell’uomo, ma semplicemente, «l’abolizione del malvagio “io”».

 

«La necessità è lo schermo posto tra Dio e noi perché possiamo essere. Sta a noi attraversare lo schermo per cessare di essere. Non lo attraverseremo mai se non sappiamo che Dio è al di là a una distanza infinita, e che solo in Dio risiede il bene».

 

Perciò «il male è la distanza tra la creatura e Dio. Sopprimere il male è decreare; ma questo Dio può farlo solo con la nostra cooperazione»

 

(La bibliografia in Diogene Magazine n. 43)

Cosimo Schena
 

 

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